La bruma veniva su dal molo Audace in una delle tante sere invernali triestine. Per chi non è nato aggrappato al Carso, sognando Vienna, ma con dirimpetto le terre slave, è difficile riparametrarsi a quella vita lenta, fatta di “tagli” che profumano malvazia, angustie geopolitiche ed una noia levantina.

Tutto nasce in queste prospettive imposte. Roma come un sogno. Rintocchi di campane, vociare di vicoli, arguzie smarrite, visione eternizzante del divenire, tutto ormai troppo lontano, osservando le brume risalire dal cul de sac adriatico.

Come spesso avviene, è il caso a scegliere per te. Tra giocatori di bridge, circoli pseudoletterari, caffè specchiantisi in un passato smarrito, Saba e Joyce con lo sguardo volto altrove, dalla vicina Croazia l’eco del petrolio dorato, l’Olio di oliva, si fa largo tra i vicoli e le scese di Trieste, imponendosi in un contesto produttivo ed economico dove il vino mostra un poco la crisi della globalizzazione.

Il caso, dicevo, fa arrivare il profumo dell’ulivo verso questa donna romana, ne ridesta l’onirico desiderio di casa, la riavvicina al perimetro tracciato da Romolo.

Io, marito narrante, mi trovo di colpo fantozzianamente a vedere gli scaffali che si riempiono non di pane, ma di bottiglie dalle molteplici etichette piene di olio. Disdetta, non è prodotto alcolico, ma un bel pinzimonio, rifletto, od un branzino al sale, magari un pomodoro d’importazione … beh … ridefinirò le dinamiche alimentari.

Ma come lo tzunami, devastando rimodella e ridisegna vite e prospettive esistenziali, questo lento avanzare dell’onda oleosa è omogeneizzante e possessivo, si porta dietro lo scompiglio di una vita, non solo del come condirne il cibo.

Se fino a ieri si parlava a tavola del nuovo tavolo Ikea, di chi comprasse il Milan o delle delusioni postelettorali, di colpo l’argomento diventa la massiva produzione di picual spagnole, l’effetto della mosca sulla qualità dell’annata, l’acidità, l’ossidazione, il leccino.

Si osserva con la medesima concupiscenza la nuova macchina da frangitura, come il nuovo modello della BMW, l’etichetta come fossimo agli Uffizi difronte a Paolo Uccello, ci si aggira con bicchierini di plastica stretti in pugno e posti sotto il naso a tradimento, si parla solo di come, dove, perché si possa e si debba produrre la tonda iblea.

Neo copernicanesimo applicato, il modo diventa di colpo olivocentrico, la Monument Valley diventa il Tavoliere delle puglie, l’itrana di Gaeta prova a sostituire la grazia del Taj Mahal, il Belice si transustanzia in Orinoco.

Mentre la moglie cresce rapidamente in conoscenza, abilità, competenza, affinando il naso meglio dell’Armando di nome Diego, io marito divento sempre più principe consorte. La star vola in un network aeroportuale, mentre lo scrivente viaggia in cuccetta, con gente di colore e sacerdoti, gente dalle nari rumorose, trombettieri onirici, al fine di raggiungerla in economico ritardo per, applaudirne le gesta.

Si avvicinano intanto le rive dell’emotivo Rubicone … O olea o morte! …

Il predetto rio del cuore è attraversato nel tardo autunno del 2014 … le geometrie esistenziali riviste, i paesaggi ridisegnati, la vita rimodellata manco fosse creta. Il Carso sassoso e stretto, il lacustre Adriatico, il piovoso Friuli si dissolvono nella luminosità sicula, nelle ferrigne colline maremmane, nell’eternocentrismo romano.

Come il calciofilo immodesto agogna di dirigere la rosea, così il desiderio di diffondere la propria unica ragione di vita arde in lei, riconfermando l’adagio per il quale il converso supera sempre in fede il credente della prima ora.

Diffondere l’olio che passa da una dimensione hobbistica e di svago, transitando per un momento produttivo, nel centro egemonizzante della vita.

Da qui l’istinto missionario di fare proseliti ed evangelizzare continenti di ristorazione agnostica, di creare conoscenza, di diffondere il credo.

Per questo il desiderio di mia moglie si è fatto Re … Re Knoil … ed io, relegato al semplice ruolo di comparsa, guardo rapito da lontano in estasi di ammirazione.